Etologia dello Stambecco alpino
Il Parco Nazionale Gran Paradiso ha da sempre posto particolare attenzione all'attività di ricerca e di conservazione sulla specie simbolo del Parco: Lo stambecco alpino. Oltre all'impegno diretto per la reintroduzione e la conservazione della specie su tutto l'arco alpino (Il Parco Nazionale Gran Paradiso ospita la segreteria del Gruppo Stambecco Europa) negli ultimi anni si sono intensificati gli sforzi per ricerche scientifiche a lungo termine sull'ecologia e la life history della specie in collaborazione con diverse università italiane e estere.Più di 50 anni di censimenti esaustivi nel Parco Nazionale Gran Paradiso, che rappresentano una serie temporale ecologica unica a livello mondiale per quanto riguarda gli ungulati di montagna, hanno permesso di testare la relativa importanza della densità e di fattori climatici sulla dinamica di popolazione, in particolare sulla sopravvivenza degli adulti, degli stambecchi nel Parco Nazionale Gran Paradiso. L'analisi di questi dati, pubblicati nel 2004 nella prestigiosa rivista scientifica internazionale "Ecology" (Jacobson et al. 2004) mostra come il calo della nevosità media invernale registrato negli ultimi 20 anni sulle Alpi a causa dei cambi climatici abbia ridotto la mortalità degli individui più vecchi che riescono a sopravvivere meglio durante gli inverni meno rigidi. Questa situazione ha portato a un forte aumento della popolazione dal 1985 fino al 1993 quando la popolazione del PNGP ha raggiunto la cifra record di quasi 5000 individui. Un modello predittivo, costruito sui primi 20 anni di dati e basato sull'interazione fra gli effetti della densità e della neve è stato in gradi di prevedere il forte aumento della popolazione riscontrato nei primi anni 90. Successivamente però la popolazione ha incominciato nuovamente a calare fino ai 3091 stambecchi contati durante l'ultimo censimento del settembre 2006. Questo calo della popolazione, pur essendo stato in parte previsto, è molto maggiore di quanto ci aspettavamo. Un effetto inaspettato è stato che, mentre aumentava la sopravvivenza degli individui adulti, la sopravvivenza invernale dei capretti è fortemente diminuita passando da circa il 70% (percentuale di capretti che arrivano al primo anno di vita) dei primi anni '90 al 25% del 2006. Questo forte calo nella sopravvivenza dei piccoli. Questo forte calo nella sopravvivenza dei capretti può da solo spiegare, almeno in parte, il crollo della popolazione registrato dal 1993 a oggi. Quali possono essere le ragioni di questo forte calo nella sopravvivenza dei capretti? Sembra che anche in questo caso siano coinvolti i cambi climatici: Un nuovo studio pubblicato anch'esso su "Ecology" (Pettorelli et al. 2007), mostra come il calo nella sopravvivenza dei piccoli sia correlato con la progressiva anticipazione dell'inizio dell stagione vegetativa in primavera (misurato grazie a un indice vegetazionale ottenuto mediante l'analisi di immagini satellitari all'infrarosso disponibili dai primi anni 80). Lo stesso fenomeno si è registrato in due popolazioni di mufloni canadesi sulle montagne rocciose in Canada, a dimostrazione che questo effetto sembra essere un fenomeno che influenza gli ungulati di montagna a livello globale e non solo lo stambecco. L'ipotesi è che in anticipando l'inizio della stagione vegetativa, al momento della nascita dei capretti a fine giugno la qualità del foraggio è già ridotta e che dunque le nascite non risultano più essere sincronizzate con lo stadio vegetativo dei pascoli. Per investigare più a fondo queste e altre questioni, dal 1999, in particolare nell'area di studio di Levionaz, è in corso un programma di studio intensivo sull'ecologia e la "life history" dello stambecco in collaborazione con le università di Sassari e di Sherbrooke (Canada). Il programma di ricerca prevede la marcatura mediante marche auricolari colorate di un grande numero di animali, in modo tale da poterne seguire su più anni la sopravvivenza e le strategie di riproduzione e di allocazione delle risorse. Gli sforzi di ricerca più recenti, oltre a investigare il differente uso dello spazio di maschi e femmine (Grignolio et al. 2007), e l'importanza della variabilità genetica individuale (von Hardenberg et al. 2007) sono rivolti a investigare in modo approfondito le ragioni del forte calo nella sopravvivenza dei capretti e le modificazioni nella natalità registrate negli ultimi anni nella popolazione. Bibliografia: Grignolio S., Rossi I., Bertolotto E., Bassano B. 6 Apollonio M. (2007) Influence of the kid on space use and habitat selection of female alpine ibex. Journal of Wildlife Management 71(3): 713-719 Jacobson, A.R., Provenzale, A., von Hardenberg A., Bassano B. and M. Festa-Bianchet. (2004). Climate forcing and density dependence in a mountain ungulate population. Ecology, 85(6): 1598-1610. Pettorelli N., Pelletier F., von Hardenberg A., Festa-Bianchet M., Coté S. (2007). Early onset of vegetation growth versus rapid green-up: impacts on juvenile mountain ungulates. Ecology, 88(2):381-390. von Hardenberg A., Bassano B., Festa-Bianchet M., Luikart G., Lanfranchi P. and Coltman D. (2007). Age dependent genetic effects on a secondary sexual trait in male Alpine ibex (Capra ibex). Molecular Ecology. 16:1969-1980. Torna indietro






