Favole e leggende

La storia del "Meist"
Giacomo Giovannini, detto il "Meist" - Ceresole Reale

Il primo ottobre 1929 anno VII dell'era fascista, la Città di Torino inviava, con "raccomandata a mano" agli abitanti e ai possessori di terre nelle borgate Frera, Benir, Pezze, Villa una comunicazione:
"Quanto prima quest'Amministrazione dovrà provvedere alle operazioni di invaso del bacino in costruzione in Ceresole Reale e facente parte degli impianti idroelettrici dell'Orco. Pertanto con la presente si fa formale diffida di provvedere entro il termine perentorio di mesi tre, da oggi, allo sgombro delle case e ricoveri esistenti sulle proprietà comprese nella sede del bacino stesso, nonchè all'abbattimento, raccolta, trasporto, ecc. delle piante e di quanto altro la S.V. ritenesse far proprio. Aggiungo che in difetto vi provvederà d'ufficio questa Civica Amministrazione, e a totale spesa degli interessati. Con stima".Seguiva la firma del podestà di Torino.
Questa lettera la ricevette anche Giacomo Giovannini detto il "Meist", che secondo alcuni potrebbe significare "barbone" ma a me pare tanto bello e giusto intendere come "il Maestro". Perché a modo suo lo possiamo considerare anche maetro di vita per quel suo inutile, velleitario ma commovente opporsi a quello che vedeva e in realtà era una prepotenza di chi era ricco contro chi non aveva quasi nulla, della città contro la montagna, dell'industria contro l'agricoltura. Era una battaglia naturalmente perduta in partenza ma proprio per questo più degna di ricordo e di commozione.
La sua era una casetta povera, fatta in pietra conl'aiuto di ben poca malta, con il tetto di lose e una scritta orgogliosa: "Feci tutto da solo". Vicino alla casa c'era una piccola parete di roccia; il Meist vi scavò una nicchia poi partì per Torino, a piedi, portando con sè i suoi risparmi; andò in Via Garibaldi, in un negozio ove vendevano articoli religiosi e chiese la statua della Madonna; gli proposero statue policrome. Ma il Meist era un artista e non ce la vedeva una macchia di colori vivaci nell'austerità di quel panorama dominato dalle Levanne, circondato dalle pinete, accarezzato dal cantare del torrente e dei campani delle mandrie. Volle una Madonna in marmo, più cara e pesante da portare. Se la caricò a spalle e ripartì, a piedi, per il suo paese.
Ci mise tre giorni e giunse con le ossa rotte da quel peso. Ma la sua Madonnina era una cosa da vedere, da ammirare e da pregare. Poi quell'ordine e lui a dire no, che facessero pure salire le acque del torrente destinato a divenire lago; la sua Madonnina non si sarebbe lasciata bagnare i piedi. Infine dovette arrendersi alla violenza anche se l'Azienda venne a patti e i geometri presero le misure della casa destinata a scomparire nel lago e gliene costruirono una identica dietro alla casa del Comune. Lì non vi era una roccia per costruirvi una nicchia; portò la Madonna in Chiesa. Ma un giorno il parroco protestò perchè il Meist aveva ammucchiato le fascine proprio davanti al suo orto. E lui si portò via le fascine ma anche la Madonna. Gli anni passarono, il Meist divenne un bel vecchio e i pittori lo ritraevano, con quella sua gran barba e l'aspetto da povero patriarca alpino.
Poi chiuse la sua giornata; fra i suoi monti ne rimane la leggenda, un quadro in un ristorante del paese e una canzone che Piero Genisio di Forno dedicò alla sua vicenda e alla sua Madonna del lago.


Testo a cura di: Angelo Paviolo - www.comune.ceresolereale.to.it

Il Re degli stambecchi

Sui Monti del Ferro, un giorno arrivò una tribù raminga. Era gente di mare orfana delle proprie spiagge, conquistate dalle spade d’invasori crudeli, sbarcati una notte di tanto tempo prima. Per mesi i viandanti s’erano inoltrati su suolo straniero, stupefatti ogni giorno di più del mondo alieno rivelato a ciascun passo.
Assuefatti all’onda e al tenero arenile, i marinai sussultavano ai marosi verdi dei prati.
Stentavano i passi sui ciottoli piovuti dai monti incombenti e minacciosi. Quando il vento gelido flagellava il sentiero, l’urlo prodotto dalle gole dei giganti rocciosi diveniva pianto nei bimbi e spavento negli adulti.
Per fame, la tribù scordò la pesca e imparò la caccia; si separò dalle reti e canne amiche per esercitarsi con sleali lance e frecce. Bestie incomprensibili si mostravano dai boschi, rendendo insonni i bivacchi notturni, costretti alla luce dei falò.
Salaxo comprese che era tempo di fermarsi: la sua gente era esausta di marce sgomente, imboscate rapaci, pasti avari e notti ghiacciate.
Nessuno resisteva più a essere scacciato, costretto a una vita nomade differente da quella marinara. Salaxo ordinò di piantare le tende nella valle più grande, mentre lui sarebbe andato a trattare col capo degli Uomini del Ferro.
Salaxo preparò l’offerta di doni preziosi dalla patria perduta, sperando fossero sufficienti ad ammansire l’oscura razza che da terra e acqua traeva ferro e oro. Altrimenti, stavolta sarebbe stata guerra all’ultimo sangue, per la sopravvivenza o l’estinzione.
Il suo affine squadrò l’indecifrabile straniero, come lui fiero e capo, ma così bruno nei capelli e nella pelle, dallo strano odore salato.
Le collane di conchiglia e corallo stupirono ancora di più il biondo monarca. Egli mai aveva visto simile meraviglia.
Perciò, accolse l’ospite nella sua capanna d’umile minatore, disponendo che a tavola fosse messo al suo fianco, ove gli porse da destra il cibo, prima dei suoi familiari. Salaxo restò presso il capo per un intero quarto di luna.
Con lui stabilì una lingua comune per capirsi oltre il gesto. Salaxo riuscì finalmente a presentare la richiesta del suo popolo agli Uomini del Ferro. “Lasciateci vivere in pace sul lembo di pianura dove abbiamo costruito i nostri giacigli. Noi vi chiediamo più dell’asilo, vi scongiuriamo di concederci una nuova patria”, ciò chiese Salaxo all’Adunanza degli Anziani delle Valli.
I saggi s’interrogarono a lungo, quindi parlò l’Uomo Medicina: “Rimarrete solo conquistando il permesso del Re degli Stambecchi”. Salaxo brandì la spada e dichiarò: “Sono pronto a battermi”. L’Uomo Medicina spiegò: “Seguirai il sentiero che parte dal villaggio. Ti recherai là dove nascono questa valle e il torrente che la bagna. Lì attende il Re degli Stambecchi. Se sarai capace di vincere la sua sfida, potrete fermarvi sulla terra dove ora dormite. Se fallirai, dovrete partire”.
Salaxo accettò la prova, pur se lo inquietava nel profondo del cuore. Adesso era l’arbitro dell’intera storia degli avi: ma se avesse perso, in caso di ritorno, egli decise che non avrebbe sopportato d’essere allontanato con la sua gente.
Voraci sguardi di lupi accompagnarono il cammino solitario di Salaxo, finché egli arrivò là dove nascono la valle e il torrente che la bagna. Un incommensurabile silenzio stava.
Salaxo avvertì una presenza. Si volse di scatto. Il Re degli Stambecchi lo fissava imperioso, incoronato dalle possenti corna. La lunga barba canuta trasmetteva la venerabilità del maestoso animale.
Preso coraggio, Salaxo urlò: “Sono venuto per restare, con o senza il tuo permesso. Se sei un dio, non ti temo. Se sei solo animale, le tue corna presto saranno il trofeo della mia vittoria”. Salaxo si dispose a duello, ma fu sorpreso. Invece di caricare, lo Stambecco prese a salire il monte. “Non fuggire, io devo battermi con te!” – esclamò Salaxo e l’inseguì.
Lo Stambecco s’inerpicò tranquillamente, fissando l’uomo affannato che arrancava. Camosci e marmotte osservarono straniti la scena, prima di gettarsi in fuga. Le volpi spiarono a lungo l’inseguimento. In cielo, le aquile volarono alte sui duellanti.
Poco alla volta, la vegetazione diradò, gli animali sparirono e rimasero solo roccia, neve e vento.
Lo Stambecco svanì nell’improvvisa nebbia. Sfinito, mani e ginocchia sanguinanti, disperato, Salaxo il marinaio fu per rinunciare. “Meglio morto che indegno d’onore fra la mia gente” – egli pensò.
Salaxo fece un estremo sforzo e si issò ancora. Egli si trovò in piedi sulle nuvole, l’arco dei monti aperto allo sguardo, tutto il mondo sotto i suoi occhi estasiati. “Il paradiso” – sussurrò Salaxo. “E’ vero, uomo” – rispose una voce.
Il Re degli Stambecchi apparve al fianco di Salaxo. “Così lo chiamerai coi tuoi, il Gran Paradiso” – proseguì lo Stambecco – “Hai dimostrato forza, coraggio, fierezza accettando la mia sfida. Ma ciò che ti vale il mio permesso è l’amore con cui hai visto il mio regno, togliendo la guerra dal tuo cuore. Io ti accetto, potrai rimanere in queste valli, a patto che tu le custodisca così come le hai amirate oggi”.
“Lo giuro” – si obbligò Salaxo.
Il Re degli Stambecchi fu compiaciuto e salutò l’uomo con queste parole: “Io confido nel mio nuovo alleato, perché saprà rispettare la sua promessa. Ora avviati, torna dai tuoi simili. Unisci il tuo popolo agli Uomini del Ferro, crea una nuova stirpe. I vostri figli avranno il tuo nome, in memoria di ciò che hai fatto: si chiameranno i Salassi. Io farò sì che nulla e nessuno possano allontanarli da questa terra, per sempre”.
Detto questo, il Re degli Stambecchi si avviò, per tornare nel suo segreto reame. Salaxo scese la montagna con piede veloce, per iniziare la profezia dello Stambecco.
Ma questa è un’altra storia.


Testo di Roberto Cucaz