I cambiamenti climatici nelle praterie alpine

- Anno inizio progetto: 2012

- Durata progetto: 2012-2015

- Estensione territoriale Il programma di ricerca si concentra attualmente in nove località, dislocate in tutte e cinque le vallate del Parco: vallone di Piamprato (val Soana); alta valle Orco; testata della val di Rhêmes; vallone del Nivolet, vallone di Djouan e vallone di Levionaz (Valsavarenche); vallone di Lauson e vallone d'Urtier (val di Cogne). Le aree di studio comprendono le praterie alpine (pascolate e rupicole) di queste località, a una quota compresa tra i 2000 e i 2850 m.

- Introduzione

Il tema dei cambiamenti climatici è una materia di grande interesse conservazionistico, in particolar modo per quanto riguarda le regioni alpine (per le quali, oltre all’aumento globale delle temperature tra i 2° e i 3,5°C, si prevedono anche un’alterazione dei regimi idrici, un inaridimento del suolo e il ritiro quasi totale dei ghiacciai).

All’interno del Parco Nazionale Gran Paradiso, dal punto di vista conservazionistico l’ambiente il cui studio appare più interessante è quello della prateria alpina, in quanto corrispondente in larga misura all’habitat dello stambecco (in particolare dei maschi), specie simbolo del Parco e interessata da un già citato drastico crollo nella consistenza delle popolazioni, oltre che di altre specie chiave di erbivori (camoscio e marmotta). Per valutare l’effetto dei cambiamenti climatici su questi ecosistemi è importante conoscere nel dettaglio cos’è cambiato nel recente passato, attraverso serie di dati quanto più possibile complete e ad alta risoluzione (spaziale e temporale). Per questo scopo i tradizionali metodi di raccolta dati sul campo risultano spesso insufficienti, in quanto vengono solitamente raccolti in funzione di specifici progetti (la cui durata è spesso limitata nel tempo) e in prossimità di plot puntuali (manca così la dimensione spaziale del fenomeno). Al contrario, possono essere molto utili i dati raccolti tramite telerilevamento (remote sensing) satellitare, grazie ai quali è possibile disporre di dataset spazialmente omogenei e completi, e caratterizzati da una maggior frequenza di raccolta; per queste ragioni sono sempre più usati negli studi ecologici.

Ma quali informazioni possono essere estratte dai dati satellitari, e in che modo? In estrema sintesi, per ricavare informazioni sulle superfici indagate si sfruttano le differenze nella riflessione della luce incidente: ad esempio, la clorofilla assorbe più luce blu e rossa rispetto a quella verde (e ancor più rispetto al vicino infrarosso), che viene quindi riflessa in maggior quantità. Rapportando quindi l'assorbimento effettuato nelle bande del vicino infrarosso a quello nelle bande del rosso, è possibile stimare, in ogni data formazione vegetale, il relativo stadio fenologico: ad esempio, in tarda primavera l’erba di una prateria alpina contiene più clorofilla di quanta ne conterrà a settembre, e quindi il rapporto tra luce infrarossa e luce rossa (riflesse) sarà maggiore.

- Progetti di ricerca:

- Enti di ricerca e università coinvolte:
Centro Studi Fauna Alpina, Parco Nazionale Gran Paradiso
(Dr. Bruno Bassano e Dr. Achaz von Hardenberg)

Dipartimento Scienze della Terra e dell’Ambiente, Università degli Studi di Pavia  
(Prof. G. Bogliani)